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La storia degli ebrei e dei loro rapporti con i cristiani costituisce un capitolo centrale della storia piú ampia della difficile convivenza di religioni e culture diverse. In Italia la scarsa comunicazione tra storia degli ebrei e storia generale ha fatto sí che essi siano diventati «invisibili» sul piano storico. Si trascurano cosí le indicazioni che l'analisi delle istituzioni, delle norme e dei comportamenti che li riguardavano offre per la ricostruzione storica complessiva della società europea. Questo volume esamina, per l'età moderna, caratteri dell'intreccio delle relazioni tra il mondo ebraico e quello cristiano, senza ignorare i conflitti e le paure ma inserendo anch'essi nell'ottica dell'interrelazione costante. È posto cosí in discussione il paradigma interpretativo consueto, sostanzialmente falsificatorio, della separatezza e dell'incomunicabilità. La definizione dell'eresia e degli eretici, la caccia ai libri proibiti, le condanne della stregoneria e anche dei vietatissimi rapporti affettivi e sessuali tra ebrei e cristiani, il lessico del pregiudizio e della discriminazione, il discorso dei diritti e della cittadinanza, sono le questioni affrontate nel volume che delineano un quadro storico nuovo, tale da incidere sulle interpretazioni consuete di ciascuno di tali fenomeni. Ne nasce una storia unica, non piú divisa, fatta di gruppi e di individui che parlano tra di loro e operano spesso insieme.

Perché gli ebrei erano considerati eretici da sottoporre all'Inquisizione? Come nasce l'immagine dell'ebreo stregone? Perché i rapporti sessuali e ogni altra relazione tra ebrei e cristiani erano proibiti? Nel corso della storia gli ebrei, in quanto minacciosamente «diversi», hanno indotto angosce e paure e perciò erano considerati pericolosi dai cristiani, che hanno inventato diversi strumenti per identificarli, distinguerli, isolarli o espellerli. Ma in età moderna, tra XVI e XVIII secolo, la società era meno chiusa di quanto siamo soliti pensare. La storia degli ebrei e dei cristiani è fatta di rapporti, di interazioni, di scambi istituzionali, sociali e culturali che, per quanto denunciati come pericolosi dai poteri religiosi e secolari e dunque vietati, erano diffusi e quotidiani. La lettura dei libri ebraici proibiti, la complicità di ebrei e cristiani nelle pratiche di magia e stregoneria, le credenze superstiziose condivise, come quelle nei sogni, nei demoni e negli amuleti, lo scandalo delle discussioni sulle rispettive fedi, gli amori proibiti delle coppie miste, le accuse agli ebrei di avvelenare i cristiani e le difese degli avvocati cristiani, l'emergere progressivo del discorso razziale: sono le questioni - e le storie - qui esaminate, da cui risaltano lo scarto tra il prescritto e il vissuto e comportamenti caratterizzati da grande libertà e spregiudicatezza rispetto ai divieti e alle norme.

Marina Caffiero, Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria, Einaudi, Torino 2012, pp. XVIII-394, € 34


Rabbi Lifschitz, in the company of Jewish Brigade soldiers, carries a Torah scroll that has been rescued, to the Sephardic synagogue in the Venice ghetto.

Also pictured is Immanuel M. Ascarelli (second from the right) wearing a Jewish Birgade uniform..

Roma Wessel (now Ascarelli) is the daughter of Samuel and Rosa (nee Romano) Wessel. She was born on October 4, 1925 in Ruma, Yugoslavia where her father imported and exported grains and cereal. Her mother was a cultural journalist and worked as a translator after the war. Roma grew up in Trieste, Italy. She went to a Jewish kindergarten and then attended public school while continuing to go to religious school once a week. In December 1938, after Italian racial laws prevented her from going to school, her parents sent her to Zagreb, Yugoslavia to attend school and stay with relatives. They followed in April 1940 after signing papers stating that they would not return to Italy. Though they had visas for the United States they did not want to go there. The family lived in relative peace, but on April 10, 1941 Germany attacked Yugoslavia and occupied Zagreb. Jews were then commanded to wear the Jewish star and hand over their valuables. Samuel and Rosa signed their house over to an Italian journalist who was living with them. When Roma's mother first heard rumors of impending deportations, she appealed to the Vatican ambassador to Yugoslavia. He promised to help her, perhaps because she spoke Italian. On route to the meeting point, the Ustasa arrested Rosa and Roma and brought them to Savska Cesta, a former art gallery which was used as a prison. They were held there for about six weeks and received food from the Jewish community. Roma'a aunt, uncle and a cousin were there as well. Though the Croatians released all Hungarian, Italian and Bulgarian citizens, the prison commandant did not believe Roma and Rosa's claims that they were Italian because of their accent. Rosa insisted that her husband was from Ljubljana, which at the time was under Italian rule. They finally were granted permission to move to Ljubljana. After Rosa told the Carabinieri that she needed to get money and other valuables so as to not be a burden to the Italians, and she returned to Zagreb to fetch her husband. However, the Italians would not allow Samuel to remain there since he was not on any official list. They sent him back to Zagreb in September 1942; Roma and Rosa never saw him again. Samuel was deported from Zagreb to Auschwitz where he perished. For one year Roma and her mother remained relatively free in Ljubljana as internato libero (free prisoners). However, on September 9, 1943 they were ordered to leave Ljubljana for Mantua. When Rosa reported to the police in Mantua on September 12, 1943, they told her that the Jews would be rounded up and deported that very night and warned her to leave immediately. Rosa and Roma fled to the nearby spa, Salso Maggiore. Since many locals had lost everything to bombings Roma went to get ration cards along with the locals, calling herself Roma Vesseli, the daughter of Rosa Romano and Sergio Veselli from Trieste. Roma attended mass and copied what others did. In December 1944 after a priest confronted them with rumors that they were Jewish, they went to Bologna where they found a room in a half-demolished house. On April 22, 1944 they were liberated; first by partisans and then by French and British troops. They then met members of the Jewish Brigade. Roma joined the British army where she met her future husband, Manlio Immanuel Ascarelli. Born in Bologna, he immigrated to Palestine in 1939 and joined the Jewish Brigade. They married on May 19, 1946 in Bologna and later moved to Israel.

Date: 1945
Locale: Venice, [Veneto] Italy
Credit: United States Holocaust Memorial Museum, courtesy of Roma Ascarelli
Copyright: United States Holocaust Memorial Museum

Partendo dalla premessa che in una società sempre più globalizzata, ma meno equa, una presenza ebraica plurale e dinamica può offrire un contributo importante, questo libro propone una lettura critica di romanzi, opere teatrali, fotografie, fumetti, luoghi e fenomeni culturali di rilievo. I saggi qui raccolti offrono una interpretazione postmoderna e postcoloniale del mondo ebraico, nel tentativo di superare quell’“allosemitismo” che secondo Zygmunt Bauman porta a considerare l’ebreo come ‘altro’ incomparabile e stereotipato. Accostando “sacro” e “profano”, laico e religioso, teatro e sinagoga, testo e corpo, colto e pop, ebrei e musulmani, il volume esplora diverse realtà ebraiche nella loro singolarità, spaziando da Shakespeare a Philip Roth, da Irène Némirowsky a Salman Rushdie, da Dracula alla musica hip hop, dal Gatto del rabbino a Barbie, dagli ebrei dell’Africa e quelli del Ghetto di Venezia, dalle contraddizioni del modello ebraico italiano agli esperimenti di reinvenzione liturgica in Nordamerica. Ciò che emerge da questo complesso mosaico è che stiamo attraversando un momento di grande crisi ma anche di grande creatività ebraica.

Shaul Bassi, Essere qualcun altro. Ebrei postmoderni e postcoloniali, Cafoscarina, Venezia 2011.

Nei tre capitoli di Nessun giusto per Eva si dipana il racconto della persecuzione degli ebrei di Padova e provincia tra il 1943 e il 1945.
Basandosi su una minuziosa esplorazione archivistica e su un’ampia raccolta di testimonianze scritte e orali, l’autore ricostruisce una tragica vicenda, ancora in gran parte sconosciuta, dando voce a numerosi protagonisti: dai direttori del campo di Vo’ al parroco del luogo, dal questore ai tedeschi. E naturalmente alle vittime: da Eva Ducci ad Ada Levi, da Giovanna Colombo al rabbino Coen Sacerdoti, da Ester Hammer Sabbadini a Emma Ascoli Zevi. Un posto di primo piano spetta ai bambini e in particolare a Sara Gesess, che per ben due volte tentò di sfuggire alla deportazione. Furono tentativi disperati e vani: non ci fu alcun “giusto” che salvasse dall’inferno di Auschwitz i bambini internati nel campo di Vo’.

Francesco Selmin, Nessun "giusto" per Eva. La Shoah a Padova e nel Padovano, Cierre edizioni, Sommacampagna 2011

Accadde qualcosa, in Europa e nel Vicino Oriente tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, che coinvolse con intensità diversa le culture dei tre monoteismi. Gli storici parlano, al riguardo, di «demonizzazione del mondo». Espressione un po’ sinistra, e tuttavia efficace nel significare la concomitante recrudescenza, forse l’ibridazione o il singolare polifonismo, dei fenomeni di possessione, peraltro presenti in tutte le epoche e a ogni latitudine. Cambiavano gli agenti di intrusione nel corpo dei vivi – il Diavolo per i cristiani, o gli spiriti dei defunti che gli ebrei chiamavano dybbuk, o i demoni islamici – e spesso divergevano le interpretazioni del fatto, a seconda che si giudicasse o meno colpevole il posseduto, ma analoghi erano gli scotimenti della carne e i ricorsi a rituali di esorcismo per scacciare il temibile ospite. Nonostante l’abbondanza delle fonti nei singoli ambiti, il peso storiografico degli avvenimenti è rimasto imparagonabile. Mentre la stregoneria, con i suoi dispositivi giudiziari e i suoi epiloghi cruenti, ha avuto un rilievo indiscutibile negli studi sulla cristianità, finora mancava un libro organico sui posseduti ebrei.
J.H. Chajes provvede magnificamente a colmare la lacuna, in un saggio di antropologia storica ricchissimo di testimonianze da una letteratura sommersa, portata per la prima volta alla luce.
«Con il potere della nostra intelligenza è difficile capire come lo spirito di una persona morta possa agire in un altro corpo vivente e usarne tutte le membra e i sensi. In verità pare che sia una delle meraviglie del nostro tempo, eccezionalmente bizzarra»: così rifletteva nel 1586 un talmudista che aveva trattato un caso a Ferrara, riuscendo a farsi dire dallo spirito quanto fosse grande (circa un uovo di gallina) e in quale parte della giovane vittima giacesse (tra le costole e i lombi). I risvolti mistico-magici della possessione agitavano le comunità ebraiche da Praga ad Amsterdam, fino in Galilea, dove a Safed, dalla forte componente sefardita, era normale che i morti arruolassero i vivi. Attraverso la visionaria compenetrazione di mondo e oltremondo, gli inizi della modernità si popolarono dunque di anime trasmigranti e infestanti che confermavano l’esistenza dell’aldilà. Di questo baluardo eretto contro l’incipiente incredulità Chajes offre un quadro vivido, destinato a rivaleggiare con i classici sul demonismo cristiano.

J.H. Chajes insegna Storia ebraica all’Università di Haifa. Tra i suoi lavori più recenti sulla fenomenologia della possessione spiritica femminile nella società ebraica: He Said She Said. Hearing the Voices of Pneumatic Early Modern Jewish Women («Nashim», 2006).