La pur estesa documentazione storica esistente riesce di rado a far luce su alcuni risvolti fortemente caratterizzanti della vita quotidiana del quartiere ebraico, sugli interessi culturali e religiosi della società, sulla sensibilità particolare di un ambiente chiuso e isolato, con le sue figure tipiche, il suo singolare modo di pensare, le sue superstizioni, la sua religiosità: insomma sulla 'storia minima', che è pur necessario complemento della 'grande storia', fatta di condotte e di espulsioni, di periodi di benevole concessioni alternati a momenti di dure restrizioni. Invece, è proprio attraverso una rivisitazione, anche se cursoria, di alcuni testi letterari e liturgici, opera di rabbini e non, o, su altro versante, dei versi di autori esterni al mondo ebraico e di anonimi verseggiatori estemporanei vissuti all'interno del quartiere de' giudei, che si può tentare di definire un'immagine del ghetto diversa, ma complementare alla visione storica tradizionale, e tale da integrare, almeno in parte, un panorama comunque complesso, e non sempre completamente definito. La facies colta della poesia 'profana', accanto a quella religiosa e liturgica, da un lato, la dimensione quotidiana, riflessa in scenette, squarci comici o versi dialettali e popolari, dall'altro, possono davvero rappresentare un utile corollario alle più impegnative indagini storiche che si sono ampiamente sviluppate negli ultimi tempi. Sono le due direzioni verso le quali aprono lo sguardo i saggi, editi o inediti, raccolti in questo volume, che tratta di prestatori e di robivecchi, spesso oggetto di derisione nel teatro comico, ma anche di rabbini poeti e di letterati, con il solo intento di avviare, attraverso un'analisi per campioni, un nuovo discorso sul ghetto, che non fu soltanto luogo di umiliante segregazione, ma pure di intensa elaborazione culturale e di partecipazione alla vita letteraria della società italiana.
Umberto Fortis, docente di letteratura italiana e di letteratura ebraica italiana. Già direttore della Biblioteca-Archivio “Renato Maestro” della Comunità Ebraica di Venezia e curatore scientifico del nuovo museo ebraico della stessa comunità, oltre a saggi sulla letteratura dell'Ottocento, ha pubblicato, nel campo dell' “ebraistica”, tra l'altro, Ebrei e sinagoghe (Venezia 1973); Il ghetto sulla laguna (Venezia 1987); La parlata giudeo-veneziana, con P. Zolli (Roma 1979); Il ghetto in scena: teatro giudeo-italiano del Novecento (Roma 1989); Editoria in ebraico a Venezia (Venezia 1991); La “bella ebrea”: Sara Copio Sullam (Torino 2003); La parlata del ghetto di Venezia e le parlate giudeo-italiane (Firenze 2006). Ha curato: Venezia ebraica (Roma 1982); Vita di Jehudà: Leon Modena (Torino 2000); Adolfo Ottolenghi (Venezia 2003); L'antisemitismo antico (Torino 2004) e L'antisemitismo moderno e contemporaneo (Torino 2004). 

Umberto Fortis, La vita quotidiana nel ghetto, Belforte, Livorno 2012, € 20

Storia di famiglia, romanzo di formazione e ritratto di un’epoca. Fenomeno letterario in Francia, dove ha venduto più di 200mila copie nel 2009, “Il Club degli incorreggibili ottimisti” (Salani, 2010), primo romanzo dell’avvocato 60enne Jean-Michel Guenassia, è ambientato negli anni ‘50, nella Francia che appena uscita in rovina dalla seconda guerra mondiale affronta il conflitto algerino.

 

La storia degli “incorreggibili ottimisti” si svolge tutta attorno a un bistrò parigino, il Balto, dove in una fumosa saletta sul retro si riunivano tra interminabili discussioni e partite a scacchi esuli in fuga dai Paesi dell’Est comunista e intellettuali come Sartre e Kessel. E dove il protagonista, la voce narrante Michel, impara a conoscere il mondo e viene iniziato alla vita, in anni tumultuosi. Non solo per la guerra in Algeria, dove andrà a combattere volontario il fratello maggiore del tredicenne protagonista, ma anche perché gli anni ‘50 segnarono l’inizio della società dei consumi e dell’era del benessere, con i primi grandi negozi come quello della turbolenta famiglia di Michel, figlio di un italiano e di una benestante donna francese.

Quello di Guenassia ha il respiro dei grandi romanzi, dove le vicende del protagonista sono il filo rosso che tiene insieme tante storie individuali, per comporre il ritratto appassionante di un’epoca di transizione. Tra i tavolini del Balto non si incrociano solo le vicende di profughi rumeni, ungheresi, russi, intellettuali e professionisti costretti ai mestieri più umili nella nuova patria francese. Da lì passa il respiro della grande storia, con il suo carico di tragedie, dittatura e deportazioni.

I dolori mai dimenticati, gli amori lontani, odi mai sopiti che sfociano in tremende vendette, anche a molti anni e chilometri di distanza. E qui arriva, dopo quasi 400 pagine, il vero protagonista del romanzo: l’esule russo Sasa, impiegato in un laboratorio fotografico e odiato dagli avventori del Balto. Sasa trasmette a Michel la passione per la fotografia e gli insegna splendide poesie che ricorda a memoria e che Michel racconta alla sua ragazza.

 

Sasa è il grande eroe del romanzo: un uomo carico di misteri, la cui redenzione arriverà troppo tardi, in un finale che non lava via le colpe ma lascia spazio al perdono.

Ma “Il Club degli incorreggibili ottimisti” è anche una storia sulla trasmissione della memoria: quella dei volti dei dissidenti, che nei regimi comunisti venivano cancellati dalle foto, o delle poesie proibite, imparate a memoria perché non andassero perdute. Un segno di vita, oltre la censura e la morte, che accomuna tutti gli esuli del Balto, che, incorreggibili ottimisti, ancora sperano di poter cambiare il mondo. Come scrive più volte Guenassia: “Quello che per loro contava nella Terra promessa non era la terra. Era la promessa“.

 

Jean-Michel Guenassia, sessant’anni, avvocato e occasionalmente sceneggiatore televisivo, per dedicarsi completamente a questo romanzo ha abbandonato la professione. Il libro è stato selezionato per il Prix Goncourt, vincitore del Goncourt de Lycéens, finalista al Prix de Libraires e ha ottenuto il primo premio dei lettori, con oltre un milione di voti, della rivista Notre Temps.

 

 

Jean-Michel Guenassia, Il club degli incorreggibili ottimisti,Salani 2010, 18,60 euro, pp. 708

Dov'è stato pubblicato il primo Corano in arabo?
Il primo Talmud?
Il primo libro in armeno, in greco o in cirillico bosniaco?
Dove sono stati venduti il primo tascabile e i primi bestseller?
La risposta è sempre e soltanto una:a Venezia. Nella grande metropoli europea – perché all'epoca solo Parigi, Venezia e Napoli superavano i 150.000 abitanti – hanno visto la luce anche il primo libro di musica stampato con caratteri mobili, il primo trattato di architettura illustrato, il primo libro di giochi con ipertesto a icone, il primo libro pornografico, i primi trattati di cucina, medicina, arte militare, cosmetica e i trattati geografici che hanno permesso al mondo di conoscere le scoperte di spagnoli e portoghesi al di là dell'Atlantico.
Venezia era una multinazionale del libro, con le più grandi tipografie del mondo, in grado di stampare in qualsiasi lingua la metà dei libri pubblicati nell'intera Europa.
Committenti stranieri ordinavano volumi in inglese, tedesco, céco, serbo. Appena pubblicati, venivano diffusi in tutto il mondo.
Aldo Manuzio è il genio che inventa la figura dell'editore moderno. Prima di lui gli stampatori erano solo artigiani attenti al guadagno immediato, che riempivano i testi di errori.
Manuzio si lancia in progetti a lungo termine e li cura con grande attenzione: pubblica tutti i maggiori classici in greco e in latino, ma usa l'italiano per stampare i libri a maggiore diffusione. Inventa un nuovo carattere a stampa, il corsivo. Importa dal greco al volgare la punteggiatura che utilizziamo ancora oggi: la virgola uncinata, il punto e virgola, gli apostrofi e gli accenti. Dalla sua tipografia escono il capolavoro assoluto della storia dell'editoria, il Polìfilo di Francesco Colonna (1499), ma anche il bestseller del Cinquecento, il Cortegiano di Baldassar Castiglione, il libro-culto della nobiltà europea.
Alessandro Marzo Magno racconta la straordinaria avventura imprenditoriale e culturale della prima industria moderna. Perché nei primi magici decenni del Cinquecento a Venezia si inventa quasi tutto ciò che noi conosciamo del libro e dell'editoria. La Serenissima resterà la capitale dei libri finché la Chiesa, che considerava la libertà di stampa un pericolo, non riuscirà a imporre la censura dell'inquisizione. Pietro Aretino, prima star dell'industria culturale e prototipo degli intellettuali italiani, da idolo delle folle diventerà un reietto. E la libertà di stampa cercherà nuovi rifugi nell'Europa del Nord.

Alessandro Marzo Magno, L'alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo, Garzanti, Milano 2012

Viene ricordata la figura di Adolfo Ottolenghi, rabbino capo della Comunità di Venezia fino alla deportazione nell’Agosto 1944, con la pubblicazione di suoi scritti, fino ad ora dimenticati. Sono la serie completa delle sue relazioni di inizio o fine anno scolastico, che raccontano più di vent’anni di vicissitudini, speranze, soddisfazioni, e soventi disillusioni, legate al funzionamento della scuola elementare e media che così fortemente aveva volute per la sua Comunità. Queste pagine, scritte in uno stile sempre aulico e nobile, via via più asciutto e drammatico con l’avvicinarsi della tragedia finale, sono un quadro importante per le riflessioni che contengono sull’importanza di una vera educazione ebraica, sulla politica scolastica del Regno e sulla riforma Gentile, ma anche per il ricordo di persone della Comunità che in quegli anni si sono distinte. Questa raccolta delle “relazioni scolastiche” è stata  regolarmente scritta ogni anno, dal 1916 al 1942, nel primo giorno della scuola di Talmud Thorà, ed offerta direttamente ai suoi studenti e allievi, insieme al riepilogo degli avvenimenti interni alla Comunità dell’anno in corso. Adolfo Ottolenghi in queste “relazioni” ci offre la sua diretta testimonianza e la sua voce, di fronte ai problemi che assillano la prima metà del ‘900, dalla prima alla seconda guerra mondiale. Fin dai primi anni ’20, il rabbino Ottolenghi reclamava la necessità di dover “imparare a essere ebrei” per non essere travolti dalla violenza e dai soprusi delle guerre: e questo fu il motivo ricorrente della lotta da lui intrapresa per creare “una scuola ebraica” che non fosse soltanto una scuola di catechismo ma una scuola culturale e spirituale, unica possibile difesa di sopravvivenza. Ecco l’importanza da lui attribuita alla Scuola, la quale soltanto è in grado di darci la dignità della propria identità e libertà di fronte alla violenza dei tempi, così come sempre è avvenuto. E’questa sua “voce”, diretta alla sua Comunità di Venezia in particolare che, a distanza di 68 anni dalla tragica fine ad Auschwitz, si vuole far rivivere: perché è degno di essere ricordato.

Adolfo Ottolenghi,  La scuola ebraica di Venezia attraverso la voce del suo Rabbino (1912-1944), Filippi Editore, Venezia 2012

I disegni e le scritture dei bambini sono tracce d'infanzia delicate e preziose, da indagare con infinito rispetto e grande cautela: contengono relazioni e rimozioni, ferite e rinascite, desideri e paure. I bambini e le bambine che nel dopoguerra frequentano la Scuola ebraica di Venezia sono giovanissime vite che portano il peso di esperienze drammatiche: le persecuzioni razziali, il vivere nascosti e braccati, la guerra e, dopo la fine del conflitto, il peso della pace conquistata, con la conta dei sopravvissuti, le assenze, le attese e i silenzi. Gli interrogativi ai quali gli adulti non sanno dare risposta pesano sui bambini salvati: "Perché hanno fatto questo a noi ebrei?". La scuola può diventare luogo di libertà, di accoglienza, di ascolto se non di risposta, di ricostruzione dell'identità, grazie al lavoro di maestre che rinnovano l'insegnamento con passione e perizia, offrendo ai loro alunni e alunne strumenti e stimoli per esprimere il mondo interiore, esplorare l'immaginario, osservare il reale e proiettarsi nel futuro. Fotografie, testi, caricature, ritratti e autoritratti, giornalini fitti di scritture e illustrazioni, parlano dei soggetti e raccontano un'intensa vita scolastica fatta di quotidiana fatica e fughe nei sogni, di elaborazione di ricordi drammatici e di paure riaffioranti, di utopie collettive e desiderio di una normalità da conquistare, con la collaborazione di tutti.

Laura Voghera Luzzatto, Maria Teresa Sega (a cura di), Ritorno a scuola. L'educazione dei bambini e dei ragazzi ebrei a Venezia tra leggi razziali e dopoguerra, Nuovadimensione, Portogruaro 2012, 223 p., € 18,00


Rabbi Lifschitz, in the company of Jewish Brigade soldiers, carries a Torah scroll that has been rescued, to the Sephardic synagogue in the Venice ghetto.

Also pictured is Immanuel M. Ascarelli (second from the right) wearing a Jewish Birgade uniform..

Roma Wessel (now Ascarelli) is the daughter of Samuel and Rosa (nee Romano) Wessel. She was born on October 4, 1925 in Ruma, Yugoslavia where her father imported and exported grains and cereal. Her mother was a cultural journalist and worked as a translator after the war. Roma grew up in Trieste, Italy. She went to a Jewish kindergarten and then attended public school while continuing to go to religious school once a week. In December 1938, after Italian racial laws prevented her from going to school, her parents sent her to Zagreb, Yugoslavia to attend school and stay with relatives. They followed in April 1940 after signing papers stating that they would not return to Italy. Though they had visas for the United States they did not want to go there. The family lived in relative peace, but on April 10, 1941 Germany attacked Yugoslavia and occupied Zagreb. Jews were then commanded to wear the Jewish star and hand over their valuables. Samuel and Rosa signed their house over to an Italian journalist who was living with them. When Roma's mother first heard rumors of impending deportations, she appealed to the Vatican ambassador to Yugoslavia. He promised to help her, perhaps because she spoke Italian. On route to the meeting point, the Ustasa arrested Rosa and Roma and brought them to Savska Cesta, a former art gallery which was used as a prison. They were held there for about six weeks and received food from the Jewish community. Roma'a aunt, uncle and a cousin were there as well. Though the Croatians released all Hungarian, Italian and Bulgarian citizens, the prison commandant did not believe Roma and Rosa's claims that they were Italian because of their accent. Rosa insisted that her husband was from Ljubljana, which at the time was under Italian rule. They finally were granted permission to move to Ljubljana. After Rosa told the Carabinieri that she needed to get money and other valuables so as to not be a burden to the Italians, and she returned to Zagreb to fetch her husband. However, the Italians would not allow Samuel to remain there since he was not on any official list. They sent him back to Zagreb in September 1942; Roma and Rosa never saw him again. Samuel was deported from Zagreb to Auschwitz where he perished. For one year Roma and her mother remained relatively free in Ljubljana as internato libero (free prisoners). However, on September 9, 1943 they were ordered to leave Ljubljana for Mantua. When Rosa reported to the police in Mantua on September 12, 1943, they told her that the Jews would be rounded up and deported that very night and warned her to leave immediately. Rosa and Roma fled to the nearby spa, Salso Maggiore. Since many locals had lost everything to bombings Roma went to get ration cards along with the locals, calling herself Roma Vesseli, the daughter of Rosa Romano and Sergio Veselli from Trieste. Roma attended mass and copied what others did. In December 1944 after a priest confronted them with rumors that they were Jewish, they went to Bologna where they found a room in a half-demolished house. On April 22, 1944 they were liberated; first by partisans and then by French and British troops. They then met members of the Jewish Brigade. Roma joined the British army where she met her future husband, Manlio Immanuel Ascarelli. Born in Bologna, he immigrated to Palestine in 1939 and joined the Jewish Brigade. They married on May 19, 1946 in Bologna and later moved to Israel.

Date: 1945
Locale: Venice, [Veneto] Italy
Credit: United States Holocaust Memorial Museum, courtesy of Roma Ascarelli
Copyright: United States Holocaust Memorial Museum

Partendo dalla premessa che in una società sempre più globalizzata, ma meno equa, una presenza ebraica plurale e dinamica può offrire un contributo importante, questo libro propone una lettura critica di romanzi, opere teatrali, fotografie, fumetti, luoghi e fenomeni culturali di rilievo. I saggi qui raccolti offrono una interpretazione postmoderna e postcoloniale del mondo ebraico, nel tentativo di superare quell’“allosemitismo” che secondo Zygmunt Bauman porta a considerare l’ebreo come ‘altro’ incomparabile e stereotipato. Accostando “sacro” e “profano”, laico e religioso, teatro e sinagoga, testo e corpo, colto e pop, ebrei e musulmani, il volume esplora diverse realtà ebraiche nella loro singolarità, spaziando da Shakespeare a Philip Roth, da Irène Némirowsky a Salman Rushdie, da Dracula alla musica hip hop, dal Gatto del rabbino a Barbie, dagli ebrei dell’Africa e quelli del Ghetto di Venezia, dalle contraddizioni del modello ebraico italiano agli esperimenti di reinvenzione liturgica in Nordamerica. Ciò che emerge da questo complesso mosaico è che stiamo attraversando un momento di grande crisi ma anche di grande creatività ebraica.

Shaul Bassi, Essere qualcun altro. Ebrei postmoderni e postcoloniali, Cafoscarina, Venezia 2011.

Nell’immaginario collettivo il rabbino è identificato come guida spirituale delle comunità ebraiche e come ministro di culto. Anche se queste definizioni non sono formalmente sbagliate, si tratta comunque di immagini parziali che non rendono giustizia alla complessità delle funzioni e delle caratteristiche proprie di questa figura. Non possiamo limitarci a considerare il rabbino come analogo ebraico del prete cattolico, del pastore protestante, del pope ortodosso o dell’imam musulmano;
ammesso e non concesso che queste figure siano fra loro omologhe, si tratta di capire in una prospettiva sia storica, sia geografica, quando e dove l’istituzione del rabbino assunse ruoli di guida di una comunità ebraica, e in che modo tale ruolo venisse esercitato, con quali condizionamenti ed entro quali limiti formali. Sarà quindi utile chiarire da subito cosa non è un rabbino: non è un sacerdote (non lo è mai stato nella storia), e non è il capo di una comunità ebraica, nel senso che non svolge alcuna funzione politica secolare, che generalmente è affidata a corpi elettivi. Il volume offre al lettore un percorso di storia istituzionale, con uno sguardo per quanto possibile interdisciplinare che si pone l’obiettivo di chiarire il ruolo svolto dal rabbinato nella lunga storia della civiltà ebraica.

Gadi Luzzatto Voghera, Rabbini, Laterza, Roma-Bari 2011

 

Salvatore Natoli, Prefazione

Non entro nel merito dell’ipotesi formulata da Amos Luzzatto, secondo cui Qohelet – almeno quello che parla – sarebbe una donna. Lascio ai filologi e ai critici del testo il compito di definire la validità o meno di una tale ipotesi. Per quanto mi riguarda, non mi meraviglia affatto che parole di sapienza siano poste sulle labbra di una donna e che proprio a un donna sia assegnato il compito d’essere maestra di verità. Lo è certamente nel Simposio di Platone: lì è Diotima, donna dotta di Mantinea, che interroga Socrate e gli svela la vera natura di Amore. Ma uomo o donna che sia, chi, fin dall’inizio, entra da protagonista è l’individuo.

Si tratta di una sorta di io narrante e osservatore, che racconta di sé e delle sue esperienze. Qohelet è un soggetto narrante che molto ha vissuto e ha visto, che ha osservato come vanno le cose nel mondo e in base a questo racconta, consi­glia, giudica... Protagonista è sempre e uniformemente l’io. D’altra parte Qohelet, da empirista conseguente quale cerca d’essere, non può che parlare del mondo a partire da sé; per la medesima ragione nel momento in cui parte da sé ne prende anche le distanze. Infatti, per comprendere davvero le proprie esperienze è necessario oggettivarle, guardarle come da fuori. Ma soprattutto bisogna guardare da fuori se stessi, come se si fosse un altro.

È perciò necessario che l’ enfasi dell’io venga limitata al massimo proprio nel momento in cui se ne tematizza l’esperienza: è necessario portarsi al margine perché l’andatura del mondo possa emergere nella sua verità. Per questo, mano a mano che si procede nella lettura di Qohelet, l’io parlante si trasforma sempre di più in una sorta di voce fuori campo.

Qohelet è tutt’altro che pessimista – come si crede e come è fatto valere da letture macabre e decadenti – ma è piuttosto realista: ricorda fin dall’inizio a ogni uomo di avere consapevolezza e memoria della propria finitezza e di deporre perciò ogni orgoglio e ogni mania di supremazia.

Certo, vi sono tanti e giustificati motivi per odiare la vita, specie quando ci si è spesi senza riserva per qualcosa che alla fine si è rivelato inconsistente ed effimero. E non tanto perché transitorio, ma perché illusorio in se stesso.

In Qohelet, infatti, non c’è una protesta che nasce dalla sofferenza, non c’è, come in Giobbe, la chiamata in causa di Dio innanzi allo scandalo del dolore innocente, e soprattutto all’evasione della sua promessa, ma vi è piuttosto una delu­sione da successo, una sorta di nausea da sazietà.

«Ho raccolto argento e oro – si legge – [...] mi sono fatto dei corifei, uomini e donne e una moltitudine di concubine che sono la deli­zia del genere umano [...] Ho considerato tutte le azioni fatte dalle mie mani e l’impegno profuso, ed ecco: tutto è alito evanescente, inseguimento del vento» (2,8.11). Ma da dove questa delusione? Viene spontaneo domandarselo e si potrebbe rispondere, leopardianamente, che il desiderio umano è infinito ed è perciò esposto costitutivamente alla delusione. Oppure può capitare – e capita di frequente – di sopravvalutare i nostri obiettivi, di puntare unilateralmente su di essi illudendoci che la felicità stia nelle cose e nei beni, non piuttosto nelle relazioni, nel rap­porto giusto con gli altri e con il mondo. E, spesso, dopo la delusione si ricomincia da un’altra parte con lo stesso strabismo e la medesima unilateralità.

È difficile reperire un testo ove sia presente una tale e tanta reiterazione dell’io. E se la delusione nascesse proprio dall’idolatria del sé, dall’elevare ad idoli le opere delle proprie mani, ritenendo di trovare in esse la propria più compiuta realizzazione?

Che un maestro del giudaismo la pensi così è normale e perfino ovvio. Per questo il testo di Qohelet, lungi dal denigrare la vita, ne demolisce gli unilaterali strabismi e, lungi dall’essere pessimista, è invece un buon consigliere sul da farsi, ci sollecita a vivere la vita con equilibrio e misura.

Amos Luzzatto, Chi era Qohelet?, Morcelliana, Brescia 2011

Il volume contiene diciotto contributi ad un convegno dedicato al tema dei rapporti tra maggioranza cristiana e minoranza ebraica a Venezia e nei suoi domini tra tardo Medioevo e prima epoca moderna. La natura innovativa della raccolta deriva non solo dall’ampiezza delle ricerche riportate, ma dal tentativo di focalizzare su quegli 'interstizi' che davano, nello spazio e nel tempo, occasioni di interazione tra cristiani ed ebrei al di fuori dei soliti ambiti istituzionali e di costruzione di particolari identità sociali. Al volume è premessa l’edizione di una lettera del cardinale Bessarione, legato pontificio, diretta al doge nel 1463 che esprime questi concetti, sottolineando il diritto degli ebrei di stare ed operare in mezzo ai cristiani nei territori veneziani.

Interstizi. Culture ebraico-cristiane a Venezia e nei suoi domini dal Medioevo all'età moderna, a cura di Uwe Israel, Robert Jütte e Reinhold C. Mueller (Venezia, Centro Tedesco di Studi Veneziani, 2010), pp.600 € 74

  In this book, author Elizabeth Schachter challenges the widely held view that Jewish integration in Italy - from the second emancipation (1848) to the First World War - was an unqualified success, and thus an anomaly in European Jewish history. She draws on contemporary Jewish journals, memoirs, autobiographies, oral testimony, private correspondence, and archival material to illustrate her case. Schachter explores the principal areas of concern for Jews in Italy: the tensions and pressures of acceptance in the host society, 'the anguish of assimilation;' the complex relationship between Jewish identity and nascent national identity; the erosion of the traditional bonds that bound the individual Jew to his community; and the abandonment of religious practices, leading, in some cases, to mixed marriages and conversion. The book is a rich and wide-ranging treatment of Italian Jewish identity in the period of Italian unification and liberal Italy, set within the broader framework of European Jewish history.

Elisabeth Scachter, The Jews of Italy 1848-1915. Between Tradition and Transformation, Vallentine Mitchell, London 2011

Marco Gesuà Sive Salvadori era discendente di un’antica famiglia di ebrei Levantini, di quelli che hanno iniziato a popolare il ghetto di Venezia dalla metà del ‘500 e sono stati una delle anime popolari dell’ebraismo lagunare. Marco ne era in qualche modo l’impersonificazione: legatissimo alla tradizione ebraica, ne faceva nel contempo una bandiera identitaria da inserire a pieno titolo nella vita della sua città. Aveva “bottega”, e trasportava il materiale usando la sua barca (sarebbe stato furgoncino nelle città con strade normali) dipinta di azzurro e bianco e orgogliosamente chiamata “Israel”. Era un grande appassionato ed esperto di voga alla veneta, e per decenni era riuscito ad ottenere il pettorale n.1 della Regata Storica: ne faceva un punto d’onore, ed aveva passato notti di veglia per ottenerlo, perché era importante – diceva – che il gruppo sportivo ebraico veneziano fosse presente e visibile. Marco era stato partigiano, non era tipo da nascondersi e basta, aveva deciso che la libertà andava anche conquistata. E negli ultimi anni era stato l’anima della testimonianza per le nuove generazioni. Sempre in prima fila alle manifestazioni cittadine del 25 aprile in ghetto (perché a Venezia quella ricorrenza è festa cittadina ed ebraica nel contempo), con la sua bandiera e il fazzoletto partigiano al collo, era spesso nelle scuole a raccontare la sua storia, commovendosi sempre e coinvolgendo in maniera travolgente gli studenti, che rimanevano incantati ad ascoltare questo eroe contemporaneo. Quando una figura come Marco scompare, in una piccola comunità come Venezia, è come se morisse un mondo intero, viene a mancare un pilastro insostituibile perché su di lui si concentravano elementi forti come il saldo legame con la città e il territorio, e la straordinaria forza di trasmissione di una tradizione ebraica non solo passivamente ricevuta, ma interpretata con determinazione. I figli e i nipoti di Marco hanno ereditato da lui tutto questo, sono grandi esperti di voga alla veneta e nel contempo non c’è chi li eguagli nell’intonare con forza e con dolcezza le antiche melodie di schola levantina. La tradizione continua, ma il vuoto per la perdita di Marco rimane incolmabile. Che la terra gli sia lieve.
Tre donne, la tenera, l'allegra e l'impertinente. Marco Barbarigo è un uomo fortunato: non pago dell'amore della dolce cugina Flaminia Corner, che rifiuta ogni pretendente per concedersi a lui solo, s'intrattiene in giochi sempre più arditi anche con Bianca Mocenigo e con la sua servetta Mariella, degna emula della locandiera Mirandolina per spirito e intraprendenza. Ma le fortune di Marco Barbarigo non finiscono qui: è giovane e prestante e appartiene a una delle famiglie più in vista di una città unica, nel Vecchio mondo, non solo per la sua bellezza ma anche per le indomite istituzioni repubblicane - la Serenissima -, che, altra cosa del tutto straordinaria, sta attraversando un lungo periodo di pace e prosperità.
Ma se Marco abbandonasse per un istante i suoi giochi d'amore scorgerebbe grosse nubi all¿orizzonte della laguna: il bailo, cioè l'ambasciatore, a Istanbul segnala con insistenza che i Turchi stanno "ammassando armi e biscotto", e l'ombra sempre più lunga della potenza ottomana inizia a inquietare tutte le potenze cristiane del Mediterraneo.
Così, quando Venezia si decide a unirsi alla Lega Santa e ad armare la propria flotta, Marco si rivela troppo ambizioso per dare ascolto all'ammonizione del vecchio Giuseppe Loredan - "le strade che portano al potere sono irte e malfide. Qualche volta è meglio guardare da lontano" -, troppo curioso della vita per rifiutare di imbarcarsi su una delle galee che, sotto il comando di Don Giovanni d'Austria, si disporranno lungo un fronte di quattro miglia al largo della città di Lepanto, e saranno protagoniste di una battaglia terribile e grandiosa. Quella giornata dell'ottobre 1571 è una tappa epocale nella storia del mondo, ma anche nella vita di Marco. Scampato per miracolo alla carneficina, giunto a Istanbul riuscirà a salvarsi solo grazie alle misteriose lettere fitte di caratteri ebraici che a Venezia gli sono state affidate da Ester Conegliano, la vecchia abitante della "casa delle scale matte", nel cuore del ghetto, che più volte gli ha già dispensato consigli preziosi. Ma la ruota del fato continua a girare, giocando con i piccoli e i grandi destini.
A Venezia, prima che Marco sia riuscito a rientrare, Bianca, Flaminia e Mariella partoriscono ciascuna un figlio e cercano un matrimonio riparatore; una terribile pestilenza decima gli abitanti della città, il Palazzo Ducale brucia mentre nella notte sfolgora una misteriosa cometa, gli ebrei del ghetto sono in pericolo e Giordano Bruno viene consegnato all'Inquisizione romana. Tutto cambia, nel mondo, e forse la sola creatura su cui Marco possa contare è il vecchio e fedele cane Dodo che, novello Argo, non ha mai dubitato del ritorno del suo padrone. Tutto cambia, gli equilibri sono ancora una volta ribaltati, forse i nemici più acerrimi sono i fratelli cristiani e la Repubblica è colpita dall'Interdetto papale. Donne, guerrieri, minacce, nuovi amori: tutto questo agita il mondo senza tregua. Ma per Marco Barbarigo, e per tutti noi, la lezione più grande è racchiusa nelle parole di Joseph Nassi - uomo di mondo come pochi altri, cui la penna appassionata di Calimani dedica qui un memorabile ritratto: "Il potere è un'illusione, una straordinaria illusione. Che avventura!". Riccardo Calimani, Venezia, Passione e Potere, Mondadori, Milano 2010

Nell’Italia del Rinascimento era noto come Elia Levita, un’autorità nel campo della grammatica e della lessicografia ebraiche e aramaiche; nella storia dell’ebraismo è ricordato come Elye Bokher, un ashkenazita approdato in Veneto dall’originaria Germania sul finire del XV secolo. Amico di umanisti e di prelati, forse anche di papa Leone X, oltre a dizionari e opere di grammatica, Elye pubblicò testi poetici in lingua yiddish, dai poemi cavallereschi alle pasquinate. Qui si traducono per la prima volta in italiano due lider, due canti di ira e di parodia, di cronaca e di maldicenza. Vi si racconta dei mali della guerra, dell’incendio nel quartiere di Rialto e del saccheggio che ne seguì, della povertà e della ricchezza, della malvagità e dell’ingordigia. Sullo sfondo sontuoso della Venezia di Tiziano.

"Pasquinate" si direbbe in italiano, "pashkviln" in yiddish, senz'altro patrimonio letterario e umano di una Venezia (e un'Italia) multietnica che si racconta senza veli. Ecco un assaggio:

"[...]Solo mi fa infuriare/che quando un povero fa qualcosa /è perduto di qua e di là/ciascuno berrebbe volentieri il suo sangue. /Ma ciò che i ricchi fanno qui /va sempre bene. /Si lascia passare tutto. /Che abbia pietà il Signore.

Un povero commette una colpa in segreto / è perché è la miseria che lo spinge / mentre i ricchi di solito / lo fanno apertamente / e se dovessi raccontare tutto / ciò che fanno in un anno / non mi basterebbero i giorni della mia vita / giorni che mi dona il Signore.

E persino fin in Italia / la cosa ha un brutto aspetto / nessun peccato è vergogna / ciascuno fa ciò che gli va / Un uomo pio lo si trova di rado / sia tra i giovani che tra i vecchi / la fede ebraica procede con le stampelle / nessuno riconosce il Signore."

Non è che dal '500 ci siano stati grandi cambiamenti...

Elye Bokher, Due canti Yiddish. rime di un poeta ashkenazita nella Venezia del Cinquecento, a cura di Claudia Rosenzweig, Bibliotheca Aretina, Roma 2010, 144 pp., € 15,00

Alchimista, inventore, ingegnere bellico e creatore di mirabolanti macchine sceniche. Tutto ciò era Abramo Colorni, ebreo mantovano conteso con la forza dalle signorie di mezza Europa per il suo poliedrico talento. E fu proprio a causa delle sue innumerevoli qualità che questo dotto prestato all'esoterismo finì nel bel mezzo di una vera e propria faida nobiliare: un'intricata vicenda di manoscritti cifrati, polveri da sparo e morti misteriose. Nello scenario di un Rinascimento che voleva le comunità ebraiche confinate nei ghetti e costrette a severe restrizioni, uomini d'ingegno come Colorni sfuggivano a ogni limitazione ingraziandosi i signori locali e prestando servizio presso le più rinomate corti d'Europa. Se nell'immaginario comune la storia degli ebrei si limita a una sequenza ininterrotta di persecuzioni e genocidi, di segregazioni e nomadismo forzato, esperienze come quelle di Colorni dimostrano come gli ebrei, nonostante una terribile tradizione di ingiustizie subite, siano stati capaci di legarsi inestricabilmente allo sviluppo sociale e culturale del Vecchio Continente e del Nuovo Mondo.

 

Ariel Toaff, Il prestigiatore di Dio. Avventure e miracoli di un alchimista ebreo nelle corti del Rinascimento, Rizzoli, Milano 2010, 296 p.

Assaf Gavron“Per ogni cosa c'è un momento e un tempo per ogni azione sotto il sole. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per raccogliere ciò che si è piantato.”
Il tempo per giudicare e condannare l’altro, il tempo perso ad attendere inutilmente l’autobus, l’attimo fuggevole d’un incontro di sguardi. Quanto vale il nostro tempo? Qual è il significato profondo d’un istante, per noi che viviamo in questo mondo, dove il disperato sacrificio di uno può annichilire le vite di molti in un batter di ciglia? Di questo parla “La mia storia, la tua storia” di Assaf Gavron.
Eitan Einoch è un giovane yuppie di successo. Ha un bella ragazza, un appartamento spazioso e ben arredato, un lavoro come venditore alla Time’s Arrow, azienda Hi-tech che si occupa del risparmio del tempo, proponendo un software che sostituisca i centralinisti dei call center ottimizzando così costi e tempi di gestione.
Una mattina, mentre viaggia sul solito autobus diretto a lavoro, vede salire un uomo dalla pelle scura, si convince che non dev’essere per forza sospetto e rassicura anche il ragazzo seduto accanto a lui, Ghiora, che gli chiede, nel caso succeda qualcosa, di contattare la sua ragazza. La notizia lo raggiunge a lavoro. C’è stato un attentato: L’autobus da cui è appena sceso è esploso. La vita di Eitan viene totalmente stravolta, scampa miracolosamente ad altri due attentati diventando così una celebrità televisiva, ma gli attacchi terroristici, nonostante non l’abbiano ferito fisicamente, l’hanno comunque lacerato nell’anima.

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La memoria dei padri, titolo dell’opera e tema caro alla tradizione ebraica, allude alla genesi della ricerca e all’appartenenza religiosa della famiglia, mentre il sottotitolo rimanda alla vicenda di una famiglia di mercanti e armatori ebrei. Il cuore del libro è uno spaccato della società veneziana ricostruito su fonti d’archivio attraverso le vicende di questa famiglia, che partono in modo dimesso a Corfù con Leon di Menachem Vivante nel primo Settecento, raggiungono il culmine a Venezia con i figli tra la fine di quel secolo e l’inizio del nuovo e si concludono mestamente con i nipoti a metà Ottocento: il tutto, ampiamente annotato, è risolto per lo più in forma narrativa.

Nella ricerca delle origini il discorso si spinge tuttavia fino al Cinquecento, e in forma di ipotesi anche oltre, mentre alla fine di questo excursus viene ricostruito in sintesi il passato più recente. L’opera, che si era aperta con un ritratto della famiglia nella quale l’autore ha trascorso la giovinezza - nostalgico e insieme vivace, ma anche allusivo alla tragedia che presto sarebbe sopraggiunta -, è percorsa da vicende che sfiorano il romanzo, come quella di Rachele Vivante (della quale in Appendice viene pubblicata la straordinaria deposizione resa ai funzionari veneziani), mentre singolare interesse desta tra le altre la ricerca sulle origini dei baroni Vivante di Trieste. L’Appendice, cui hanno collaborato Piergabriele Mancuso (libri ebraici) e Gilberto Penzo (tecnica navale veneziana), reca inoltre gli alberi genealogici della famiglia.

Il libro verrà presentato in occasione della Giornata di Studio organizzata dalla Comunità ebraica di Venezia domenica 29 novembre 2009.

Questo libro racconta l'intreccio di tre vicende singolari, o meglio l'epopea di tre cugini, e di un popolo. Racconta della Fiume liberale e cosmopolita di oltre 100 anni fa, di due famiglie, della loro vita quotidiana dagli inizi del 1900 fino agli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, e dell'orrore che ha invaso le esistenze di tre persone come noi, come tutti noi. Ma non solo: la storia di Lazi, Martino e Ondi, e delle assurde traversie che hanno costretto loro, come molte persone di religione ebraica dopo l'abominio delle leggi razziali del 1938, a fare i conti ogni giorno con l'esilio, la sofferenza e la morte, è anche una lancinante riflessione sul destino individuale. Il destino imposto a tre cugini che avevano l'unico torto di essere di origine ebraica. Ed è accaduto qui, in Italia. 

Silvia Cuttin, Ci sarebbe bastato, Epika, Bologna 2011, € 19

Le immagini che si rincorrono nella memoria di Sara (Fiore, come i lettori avranno modo di capire) ci raccontano di intrecci umani profondi, da cui non si può sfuggire se vogliamo avere anche solo la speranza di poter comprendere il nostro presente. Non si faccia illusioni chi crede di trovare certezze, o sicurezza, in una stabile situazione economica, in una buona relazione di affetti, oppure ancora in una ipotetica lunga tradizione di stanzialità. A Padova si arriva, in Padova si vive, da Padova si parte, come accade per ogni altro luogo di questa Terra. E la storia che ci racconta Sara è una di quelle che maggiormente ci aiutano a conoscere questa precarietà. Che tuttavia non significa sguardo scoraggiato e pessimistico sulla vita. Quello che emerge dal lungo percorso che accompagna le migrazioni della famiglia Gesess, dalla lontana Grodno in Bielorussia attraverso Odessa, Trieste e poi Padova, è in realtà una vita vissuta all’insegna della fiducia e del successo. Certo, in mezzo a mille difficoltà, fughe, rivoluzioni, ma l’universo degli affetti è stabile, la fiducia nel futuro è tangibile.

In mezzo a tutto questo si colloca, pesante come un macigno, Auschwitz. Un destino che pare quasi ineluttabile, a cui nessuno vuole credere fino all’ultimo ma che accade perché nella vita comune ci sono uomini e donne che non fanno nulla, ma proprio nulla perché non accada. Non sono necessari, come recita un libro di grande successo, i volonterosi carnefici di Hitler; sono sufficienti i nomi di chi firma in calce i documenti che hanno condotto allo sterminio di una famiglia. Si tratta di un valore aggiunto di questo bel libro, che non si colloca solo nel filone delle testimonianze postume, di chi vuole – per necessità interiore o per debito di amore verso chi non c’è più – lasciare una traccia scritta di vicende ormai remote. Questo libro è anche frutto di una meticolosa, appassionata e matura ricostruzione storica, che offre al lettore interessanti e curiosi documenti russi, belle foto familiari, ma anche la crudezza di atti ufficiali che accompagnano due ebrei russi e la loro bambina di sette anni verso le camere a gas. Chi ha firmato quegli atti, chi ha messo il timbro a decreti di revoca della cittadinanza come a freddi inventari di oggetti di casa confiscati, così come chi ha favorito – invece che ostacolare – il lavoro degli aguzzini nazisti e fascisti, ha di certo un nome e cognome, che forse meriterebbe di essere ricordato al pari di quei (per fortuna molti) Giusti delle Nazioni che onoriamo a Gerusalemme come a Padova.

Eppure – paradossalmente e nonostante Auschwitz – quella che ci racconta Sara è una storia “bella”. In qualche modo è un po’ la nostra storia, fatta di scatole segrete in cui la mamma conserva antichi ricordi, sentimenti forti (la nostalgia di Trieste, che solo chi ha origini triestine può veramente capire), sapori della cucina ashkenazita, profumo “di mamma e di Arpège”. Insomma una storia normale, fatta di bei ricordi e di rimpianti. Una storia troncata dalla Storia, che ci aiuta a riflettere e che ci fa piacere leggere.

Sara Parenzo, Il posto delle capre, Cierre, Sommacampagna (Vr) 2012

Il saggio offre la storia documentata dei piccoli insediamenti ebraici del Veneto orientale, dal tardo Trecento al Novecento, dispersi nella parte orientale delle odierne Province di Belluno, Treviso e Venezia. Per prime sono studiate le due comunità maggiori, cioè quella di Conegliano e di Ceneda di Vittorio Veneto e poi i nuclei di banchieri, artigiani o mercanti sparsi in tutto il territorio. Si tratta degli attuali comuni di Belluno , che nel 1386 ebbe il primo banco di prestito ebraico in questa zona e la cui condotta risulta sinora la più antica ancora conservata nel Veneto, poi di Cison di Valmarino, Cordignano, Lentiai, Meduna, Motta di Livenza, Oderzo, Portobuffolè, Portogruaro, S. Lucia di Piave, S. Polo di Piave, Serravalle  di Vittorio Veneto, Susegana, e infine anche Caneva e Sacile in Friuli.

Si viene così a colmare un vuoto bibliografico, alcuni di questi insediamenti erano infatti già stai oggetto di brevi monografie specialistiche, ma di altri si trovavano solo casuali tracce nella pubblicistica e la metà erano totalmente ignoti, non si sapeva neppure che fossero mai esistiti.

Di questi insediamenti ebraici vengono studiati i rapporti con le autorità locali e la maggioranza cristiana, le attività economiche e infine la loro vita, privata e sociale, con le strutture comunitarie e i complessi legami, famigliari e di lavoro, che li unirono ai confratelli dispersi nel Veneto, in Friuli ed in Istria, terre che per secoli furono sotto il dominio della Serenissima. In sei secoli di presenza in questa zona però le loro attività li portarono a unirsi o entrare in contatto anche con gli ebrei dell’Emilia, della Lombardia, del Trentino, e di altri territori dell’Impero degli Asburgo.

Chiamati come prestatori in luogo degli esosi toscani, cessato l’iniziale periodo del prestito, alla loro intraprendenza come imprenditori si devono qui, altre alle usuali attività mercantili, anche la conceria e l’introduzione della nuova industria serica della fine del Cinquecento e lo sviluppo di quella cartaria dall’inizio del Seicento.

Dal veneto orientale provengono personaggi importanti come il medico, disegnatore e letterario Abramo Gioele Coneian e come Emanuele Coneian , più noto come Lorenzo Da Ponte, celebre letterato e librettista di Mozart, nell’Ottocento intraprendenti impresari di come Angelo Fuchs, che fu promotore della fortuna turistica della Riviera del Garda, e Benedetto Gentili, la cui industria serica era famosa in Italia, Francia e Svizzera , poi nel Novecento alcuni eminenti professori universitari di chiara fama. Per finire era di Conegliano Laudadio Grassini, il padre di Margherita sposata Sarfatti.

Giovanni Tomasi, Silvia Tomasi, Ebrei nel Veneto Orientale. Conegliano, Ceneda e insediamenti minori, Giuntina, Firenze 2012, pp.288, € 20

 

La storia degli ebrei e dei loro rapporti con i cristiani costituisce un capitolo centrale della storia piú ampia della difficile convivenza di religioni e culture diverse. In Italia la scarsa comunicazione tra storia degli ebrei e storia generale ha fatto sí che essi siano diventati «invisibili» sul piano storico. Si trascurano cosí le indicazioni che l'analisi delle istituzioni, delle norme e dei comportamenti che li riguardavano offre per la ricostruzione storica complessiva della società europea. Questo volume esamina, per l'età moderna, caratteri dell'intreccio delle relazioni tra il mondo ebraico e quello cristiano, senza ignorare i conflitti e le paure ma inserendo anch'essi nell'ottica dell'interrelazione costante. È posto cosí in discussione il paradigma interpretativo consueto, sostanzialmente falsificatorio, della separatezza e dell'incomunicabilità. La definizione dell'eresia e degli eretici, la caccia ai libri proibiti, le condanne della stregoneria e anche dei vietatissimi rapporti affettivi e sessuali tra ebrei e cristiani, il lessico del pregiudizio e della discriminazione, il discorso dei diritti e della cittadinanza, sono le questioni affrontate nel volume che delineano un quadro storico nuovo, tale da incidere sulle interpretazioni consuete di ciascuno di tali fenomeni. Ne nasce una storia unica, non piú divisa, fatta di gruppi e di individui che parlano tra di loro e operano spesso insieme.

Perché gli ebrei erano considerati eretici da sottoporre all'Inquisizione? Come nasce l'immagine dell'ebreo stregone? Perché i rapporti sessuali e ogni altra relazione tra ebrei e cristiani erano proibiti? Nel corso della storia gli ebrei, in quanto minacciosamente «diversi», hanno indotto angosce e paure e perciò erano considerati pericolosi dai cristiani, che hanno inventato diversi strumenti per identificarli, distinguerli, isolarli o espellerli. Ma in età moderna, tra XVI e XVIII secolo, la società era meno chiusa di quanto siamo soliti pensare. La storia degli ebrei e dei cristiani è fatta di rapporti, di interazioni, di scambi istituzionali, sociali e culturali che, per quanto denunciati come pericolosi dai poteri religiosi e secolari e dunque vietati, erano diffusi e quotidiani. La lettura dei libri ebraici proibiti, la complicità di ebrei e cristiani nelle pratiche di magia e stregoneria, le credenze superstiziose condivise, come quelle nei sogni, nei demoni e negli amuleti, lo scandalo delle discussioni sulle rispettive fedi, gli amori proibiti delle coppie miste, le accuse agli ebrei di avvelenare i cristiani e le difese degli avvocati cristiani, l'emergere progressivo del discorso razziale: sono le questioni - e le storie - qui esaminate, da cui risaltano lo scarto tra il prescritto e il vissuto e comportamenti caratterizzati da grande libertà e spregiudicatezza rispetto ai divieti e alle norme.

Marina Caffiero, Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria, Einaudi, Torino 2012, pp. XVIII-394, € 34

Nei tre capitoli di Nessun giusto per Eva si dipana il racconto della persecuzione degli ebrei di Padova e provincia tra il 1943 e il 1945.
Basandosi su una minuziosa esplorazione archivistica e su un’ampia raccolta di testimonianze scritte e orali, l’autore ricostruisce una tragica vicenda, ancora in gran parte sconosciuta, dando voce a numerosi protagonisti: dai direttori del campo di Vo’ al parroco del luogo, dal questore ai tedeschi. E naturalmente alle vittime: da Eva Ducci ad Ada Levi, da Giovanna Colombo al rabbino Coen Sacerdoti, da Ester Hammer Sabbadini a Emma Ascoli Zevi. Un posto di primo piano spetta ai bambini e in particolare a Sara Gesess, che per ben due volte tentò di sfuggire alla deportazione. Furono tentativi disperati e vani: non ci fu alcun “giusto” che salvasse dall’inferno di Auschwitz i bambini internati nel campo di Vo’.

Francesco Selmin, Nessun "giusto" per Eva. La Shoah a Padova e nel Padovano, Cierre edizioni, Sommacampagna 2011

Accadde qualcosa, in Europa e nel Vicino Oriente tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento, che coinvolse con intensità diversa le culture dei tre monoteismi. Gli storici parlano, al riguardo, di «demonizzazione del mondo». Espressione un po’ sinistra, e tuttavia efficace nel significare la concomitante recrudescenza, forse l’ibridazione o il singolare polifonismo, dei fenomeni di possessione, peraltro presenti in tutte le epoche e a ogni latitudine. Cambiavano gli agenti di intrusione nel corpo dei vivi – il Diavolo per i cristiani, o gli spiriti dei defunti che gli ebrei chiamavano dybbuk, o i demoni islamici – e spesso divergevano le interpretazioni del fatto, a seconda che si giudicasse o meno colpevole il posseduto, ma analoghi erano gli scotimenti della carne e i ricorsi a rituali di esorcismo per scacciare il temibile ospite. Nonostante l’abbondanza delle fonti nei singoli ambiti, il peso storiografico degli avvenimenti è rimasto imparagonabile. Mentre la stregoneria, con i suoi dispositivi giudiziari e i suoi epiloghi cruenti, ha avuto un rilievo indiscutibile negli studi sulla cristianità, finora mancava un libro organico sui posseduti ebrei.
J.H. Chajes provvede magnificamente a colmare la lacuna, in un saggio di antropologia storica ricchissimo di testimonianze da una letteratura sommersa, portata per la prima volta alla luce.
«Con il potere della nostra intelligenza è difficile capire come lo spirito di una persona morta possa agire in un altro corpo vivente e usarne tutte le membra e i sensi. In verità pare che sia una delle meraviglie del nostro tempo, eccezionalmente bizzarra»: così rifletteva nel 1586 un talmudista che aveva trattato un caso a Ferrara, riuscendo a farsi dire dallo spirito quanto fosse grande (circa un uovo di gallina) e in quale parte della giovane vittima giacesse (tra le costole e i lombi). I risvolti mistico-magici della possessione agitavano le comunità ebraiche da Praga ad Amsterdam, fino in Galilea, dove a Safed, dalla forte componente sefardita, era normale che i morti arruolassero i vivi. Attraverso la visionaria compenetrazione di mondo e oltremondo, gli inizi della modernità si popolarono dunque di anime trasmigranti e infestanti che confermavano l’esistenza dell’aldilà. Di questo baluardo eretto contro l’incipiente incredulità Chajes offre un quadro vivido, destinato a rivaleggiare con i classici sul demonismo cristiano.

J.H. Chajes insegna Storia ebraica all’Università di Haifa. Tra i suoi lavori più recenti sulla fenomenologia della possessione spiritica femminile nella società ebraica: He Said She Said. Hearing the Voices of Pneumatic Early Modern Jewish Women («Nashim», 2006).

Il secondo volume di Le religioni e il mondo moderno (a dura di David Bidussa sotto la direzione di Giovanni Filoramo) indaga la «via alla modernità» che ha conosciuto l'ebraismo. E questo, sia dapprima come minoranza religiosa diasporica, ghettizzata e perseguitata, in un'Europa in via di modernizzazione che solo lentamente e drammaticamente doveva creare le condizioni perché gli ebrei europei potessero, a partire dall'emancipazione, reagire anch'essi a questa sfida, dando un loro contributo alla costruzione di una modernità aperta al pluralismo religioso; sia come tragico effetto della Shoah e della nuova situazione che si è venuta a creare a partire dalla nascita dello Stato di Israele nel 1948.

Le religioni e il mondo moderno II. Ebraismo, a cura di David Bidussa, Einaudi, Torino 2008

Ogni anno, a Pasqua, gli ebrei leggono un testo nel quale compare la frase: «In ogni generazione
si sollevarono contro di noi per eliminarci; ed il Santo, benedetto Egli sia, ci ha salvato dalle loro mani».
Come tutti i popoli perseguitati anche gli ebrei, pur confidando nel Signore, svilupparono delle strategie i sopravvivenza e canonizzarono dei comportamenti cui attenersi nei momenti di crisi. Dopo la fine disastrosa dell’ultima rivolta contro i romani, nel 135 e.v., gli ebrei, ormai dispersi in diaspora, si attennero generalmente ad una strategia basata sul compromesso con la potenza persecutoria, nel tentativo di salvare il salvabile, o, quantomeno, di poter emigrare verso lidi meno inospitali.
Questo approccio al problema garantì la sopravvivenza dell’ebraismo europeo per quasi due millenni, e fu acquisito come carattere distintivo della cultura ebraica.
Nel caso della persecuzione nazista, che mirava espressamente allo sterminio, il compromesso risultò inutile; i sopravvissuti debbono la loro salvezza non ad una trattativa abilmente condotta, ma alla sconfitta militare della Germania nazista. Le esperienze di 19 secoli, che avevano formato una tradizione e condizionato una cultura, furono vanificate; il trauma subito ha portato all’affermazione di un nuovo sistema di valori.
Per i figli dei sopravvissuti i comportamenti dei loro padri di fronte alla persecuzione sono quasi incomprensibili.
Il mondo dei gentili, abituato al millenario basso profilo dell’ebreo della diaspora, non riesce a
prevedere i comportamenti degli ebrei moderni.
Questo volume registra i risultati di una discussione su questi temi.

Politiche di sopravvivenza alle persecuzioni, a cura di Mario Jona, Esedra, Padova 2011

A conclusione di decennali indagini archivistiche, Aron di L. Leoni ha compiuto il primo studio, capillare e sistematico, delle fonti documentarie sulla Nazione Sefardita ferrarese dal 1492 fino alla morte di Ercole II: un’impresa monumentale, prosecuzione ideale dell’opera di A. Franceschini sulla presenza ebraica a Ferrara. Esce quindi, purtroppo postuma, questa fondamentale ricerca sulla conoscenza dei rapporti economici internazionali della Nazione Spagnola e Portoghese e sulla stampa ebraica a Ferrara.

After decades of archival investigation, Aron di L. Leoni completed the first systematic and capillary study of documentation related to Ferrara’s Sephardic Nation from 1492 until Ercole II’s death: a monumental undertaking, an ideal extension of A. Franceschini’s work on the Jewish presence in Ferrara. This fundamental research on international economic relations of the Spanish and Portuguese Nation and on the Jewish press in Ferrara is unfortunately released posthumously.

Aron di L. Leoni, La nazione ebraica spagnola e portoghese di Ferrara (1492-1559), Firenze, Olschki 2011, 2 voll., 1310 pp., € 120

Oltre la notte. Memoria della Shoah e diritti umani. In occasione degli 80 anni di Elie Wiesel, a cura della Comunità Ebraica di Venezia, La Giuntina, Firenze 2009, 154 pp., € 13

Alcuni anni fa sono stato invitato a tenere una conferenza alle Nazioni Unite in occasione del Giorno della Memoria. Mi sono rivolto all’Assemblea Generale, ho intitolato il mio discorso: “Il mondo ha imparato?”. E naturalmente la risposta è: non ha imparato. Se il mondo avesse imparato la lezione, se avesse imparato dalle esperienze attraverso cui la mia generazione è passata, non ci sarebbe il Ruanda, non ci sarebbe la Cambogia, non ci sarebbe il Darfour. Noi abbiamo imparato che qualunque cosa accada a una comunità si ripercuote su tutte le altre, qualunque cosa capiti a un popolo colpisce o dà aiuto ad altri popoli. Questa è la lezione. E la lezione non è stata imparata.

Elie Wiesel

Il volume presenta - oltre a una intervista inedita di Alessandra Farkas a Elie Wiesel - alcuni interessanti saggi sul tema della memoria e dei diritti umani: Riccardo Di Segni, Ebraismo, diritti umani e modernità; Antonio Cassese, La lotta al genocidio nel mondo moderno; Enzo Traverso, De la mémoire et de son usage critique; David Bidussa, Narrazione, rievocazione, rappresentazione. Le domande alla storia e i percorsi di memoria; Simon Levis Sullam, Elie Wiesel e Primo Levi, memorie divise di Auschwitz; Daniel Vogelmann, Elie Wiesel e "La notte" in Italia; Roberto Della Rocca, Esilio, tempo e memoria in Elie Wiesel; Roberta Ascarelli, Eredità e memoria. Riflessioni tedesche sulla letteratura della Shoah

Hermann è un ebreo tedesco, di formazione rabbinica, un intellettuale, amante della musica e dell’arte italiana. Dopo una permanenza in America durante la Guerra, fa ritorno in Italia con l’illusione di ritrovare una fanciulla della quale si era invaghito. Deluso dall’incontro con l’oggetto del suo sogno, incapace di adeguarsi a un’Italia sconfi tta e impoverita, decide di dedicarsi gratuitamente all’istruzione delle classi povere degli ebrei romani. Nel corso di questi tentativi nei quali incontra violenze e generosità, ingenuità e ribellismo, crede di aver trovato l’amore vero in una giovane e bella ebrea popolana, Corinna. Un’esistenza, la sua, alla ricerca di una vita affettiva e intellettuale quasi sospesa fra un passato che non torna più e un futuro carico di valori nuovi nei quali non riesce a ritrovarsi. Hermann ci lascia un’immagine incompiuta, per la quale si prova una sensazione mista di tenerezza e di rimpianto.

Amos Luzzatto, Hermann. Un ebreo tedesco nella Roma del Dopoguerra, Marsilio, Venezia 2010, 207 pp.

La casa editrice Giuntina di Firenze offre al pubblico un nuovo CD (durata 64') a cura di Francesco Spagnolo, direttore di Yuval Italia - Centro Studi Musica Ebraica e dirigente del Magnus Museum di Berkeley - San Francisco, prodotto dall'Università Ebraica di Gerusalemme e dall'Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, pubblicato dal Jewish Music Research Centre dell'Università Ebraica di Gerusalemme. Si tratta di una ricca scelta di brani raccolti da Leo Levi negli anni '50 che testimoniano la ricchezza di tradizioni musicali presente nella Penisola. Canti di rito ashkenazita, sefardita e italiano per il Sabato, Rosh Hashanà e Yom Kippùr, Pesach e Shavuòt, Simchat Torà, Chanukkà e Purìm, nascite, circoncisioni e matrimoni, originari di Alessandria, Ancona, Asti, Casale Monferrato, Ferrara, Firenze, Fossano, Gorizia, Livorno, Padova, Pitigliano, Roma, Siena, Torino, Trieste, Venezia, Verona. Eseguiti da Fernando Belgrado, Geremia Mario Castelnuovo, Eliezer Cohen, Vitaliano Colombo, Angelo Conegliano, Raul Elia, Cesare Eliseo, Giacomo Farber, Florio Foa, Umberto Genazzani/Chizqiyahu Nitzany, Guido Heller, Angelo Hirsch, Dario Israel, Leone Leoni, Leo Levi, Paolo Nissim, Salvatore Osmo, Aldo Perez, Bruno Polacco, Fernando Procaccia, Angelina Rocca, Azeglio Servi, Alessandro Segre, Cesare Tagliacozzo, Elio Toaff, Simone Sacerdoti, Mario Volterra.

La Biblioteca Archivio "Renato Maestro" è impegnata in un lavoro di recupero delle tradizioni musicali ebraiche veneziane e a breve sarà in grado di offrire al pubblico un'intera sezione del suo sito web dedicata alla Musica.

Cogliendo una straordinaria opportunità storica, gli autori hanno seguito la traiettoria biografica di chi, bambino durante la Shoah, è adesso una persona adulta. Come hanno potuto crescere e contribuire al bene comune senza lasciarsi spezzare o spegnere dal trauma? E cosa possono insegnare le loro storie? L'ipotesi è che l'analisi di questi percorsi di vita possa essere di grande utilità a chi lavora oggi con i bambini e le famiglie in contesti sia educativi sia terapeutici.

"L'intento di fondo - scrivono gli autori - consiste nell'avvicinarsi e studiare le storie dei bambini nascosti divenuti resilienti e più precisamente gli aspetti di vita pre-durante-post-Shoah come lo stile genitoriale, le reti sociali, la relazione tra pari, l'adulto significativo, la comunità, la scuola, l'aiuto formale e informale ricevuto, il sistema ecologico, con lo scopo di comprendere se attraverso l'analisi di queste storie sia possibile accrescere la conoscenza sui fattori protettivi dello sviluppo e sui processi di crescita per poter avere qualche elemento in più su cosa significhi 'rendere umani gli umani', 'educare bene' i bambini oggi."

"Abbiamo provato - scrivono ancora Milani e Ius - a spostare l'attenzione dal Male al Bene, da ciò che è morto durante la Shoah a ciò che è nato attraverso di essa: oggi sappiamo che anche nel Male Assoluto, nell'esperienza dell'inferno sulla Terra, l'umanità ha trovato un modo per ricominciare".

Paola Milani e Marco Ius, Sotto un cielo di stelle. Educazione, bambini e resilienza, Raffaello Cortina editore, Milano 2010, 319 p., € 25,00

 Ha del sorprendente l’oblio che ha interessato la figura del Ramhal in Italia.
Dimenticato nella sua veste di giovane e brillante maestro dell’ebraismo padovano, e raramente ricordato fra le glorie della tradizione ebraica dellaPenisola. Eppure, al di là delle Alpi, ormai da secoli quando si scrive di cultura ebraica e si accenna all’Italia, non si manca mai di ricordare la sua figura multiforme, contraddittoria ma comunemente riconosciuta come preminente e di grande interesse. È stata in questo senso quanto mai opportuna l’iniziativa di celebrarne la figura a trecento anni dalla nascita, assunta in contemporanea dall’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG) e dalla Comunità ebraica di Padova. Le relazioni presentate in occasione delle tre giornate
di convegno che si sono tenute a Padova e a Ravenna il 2, 3 e 4 settembre 2007
sono ora raccolte nel presente volume e offerte al lettore italiano come parziale
opera di risarcimento per il troppo lungo e ingiustificato silenzio in cui la terra
di origine ha relegato le opere e la riflessione del grande pensatore padovano.
Originariamente progettati in maniera autonoma, i due convegni hanno potuto
essere coordinati come date da parte degli organizzatori qui sottoscritti,
sia per fissare dei giorni contigui evitando una spiacevole sovrapposizione, sia
per permettere a qualche uditore o anche relatore di partecipare ad entrambi
con relazioni diverse. Su proposta di Mauro Perani, si è poi pensato di pubblicarne
gli Atti in uno stesso volume, che qui presentiamo, destinato a diventare
lo studio più approfondito e aggiornato sul cabbalista patavino Ramhal.
La vita di Luzzatto (Padova 1707 ‑ Acco 1746/47), poeta, cabbalista e autore di componimenti morali, è legata alle vicende del circolo di studi mistici che egli guidò in età giovanile a Padova e che lo portò a doversi confrontare con l’accusa di eresia. Com’è noto Luzzatto sostenne di aver udito per la prima volta nel 1727, durante alcune profonde attività di studio, la voce misteriosa di un maggid, un’entità divina rivelatrice di segreti celesti ad esseri umani prescelti, che sarebbe divenuta la principale fonte di sapere che l’avrebbe guidato nel corso degli anni a produrre numerose opere di kabbalah (quasi tutte purtroppo andate perdute), successivamente messe all’indice dalle principali autorità rabbiniche
europee.
Nel 1735, costretto dalla pressione delle continue controversie sulle sue opere mistiche, Luzzatto decise di trasferirsi nella più ospitale Amsterdam, e nel 1743 compì la sua ‘aliyyah in Eretz Israel, la Terra dei padri, con la famiglia. Morì ad Acco a causa di una pestilenza. La sua tomba è ancora oggi meta di
pellegrinaggio.

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Wolfgang Benz, I protocolli dei savi di Sion. La leggenda del complotto mondiale ebraico, a cura di Andrea Gilardoni e Valentina Pisanty, Mimesis, Milano-Udine 2009, pp.170, € 16,00

Non sappiamo già tutto sui “Protocolli dei savi di Sion” e sulla teoria del complotto? C’era bisogno di un altro libro? A giudicare dall’intensità dell’attività editoriale in Italia e all’estero attorno a questo tema, è evidente che sì. Un po’ per l’allarmante attualità (continue riedizioni, anche in italiano, riduzioni televisive, letture radiofoniche ecc.), e un po’ per l’incredibile capacità che questo testo dimostra di avere in quanto strumento di propaganda e di catalizzatore di simpatie politiche. L’edizione italiana dello studio di Wolfgang Benz, docente di storia alla Technische Universität di Berlino e direttore del Centro per la ricerca sull’antisemitismo (a quando un’analoga iniziativa universitaria nostrana?) è particolarmente pregevole perché si inquadra in un più ampio progetto che pone al centro dell’attenzione l’effetto della manipolazione del linguaggio e della realtà. Non a caso s’intitola “La Menzogna” l’intervento introduttivo di Valentina Pisanty, a cui seguono le note esplicative di Andrea Gilardoni. A farci intendere che non stiamo parlando solo di antisemitismo, né solo di “complotto giudaico”. Certo, il valore e il senso profondo delle parole mantengono interi i loro significati, e le pagine di Benz costituiscono in questo senso un prezioso strumento per aiutare soprattutto gli insegnanti a comprendere compiutamente le diverse articolazioni di apparenti sinonimi quali antigiudaismo, antisemitismo, antisionismo. E tuttavia dalla lettura di questo testo, cui si affianca una interessante appendice iconografica e una corposa postfazione della stessa Pisanty, si comprende appieno che ripercorrere la storia e la fortuna del testo dei “Protocolli” non significa solo interrogarsi per l’ennesima volta sull’assurdità della diffusione di un volumetto menzognero e artefatto, né ci consente di reiterare la condanna del sempiterno riemergere dell’antisemitismo.

 

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